Benvenuti!

Nephelai,
phrontisterion
sospeso di Maria Amici,
si configura come spazio - phoitesis condivisibile tra docente e discenti, o altri collaboratori, in qualità di paritari Ichneutai - segugi e cultori di Arte e Conoscenza.
- - Vedi relativo post "Benvenuti!"per ulteriori dettagli-

Il Blog è inattivo, trascorrendo invece nell'analogo su wordpress

#PORTALE DI CONOSCENZA#
Nei post relativi, saranno offerte segnalazioni di siti particolarmente interessanti o attivi nella diffusione di Arte e Conoscenza
-sono disponibile a proposte -


#ATTIVITA' IN CORSO#

(Tornata al blog per un pur frammentario aggiornamento).

- Attività di documentazione su web riguardante i nodi tematici coinvolgenti l'humanitas, la poetica, la scrittura, la drammaturgia di Luigi Pirandello

- Ascolto di audiolibro (realizzato con dspeech): Se una notte d'inverno un viaggiatore, di Italo Calvino (ad uso privato)

- Riascolto di una serie di saggi sulla figura, i nodi tematici, lo stile e le opere di Virginia Woolf, e la sua strenua ricerca di una risposta (o almeno di una possibilità di convivenza) all'enigma della vita e della conoscenza, a cura di Giorgio D'Amico, e trasmessi nel 2007 in HinterlandCultura: Libri e dintorni (su RadioHinterland)



- Accantonati per il momento gli appunti trasversali sulle Lezioni Americane di I.Calvino e Bartleby lo scrivano, di H. Melville, che sarebbe dovuto essere spunto della ultima lezione dello scrittore italiano, infine non realizzata.



© Tutti i contenuti originali di questo blog sono sottoposti a Copyright ©
- DISCLAIMER: i contenuti non originali sono reperiti sul web
No infringement intended.

mercoledì 19 marzo 2008

Van Gogh

Un morphing degli autoritratti di Van Gogh

senza parole

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

se mi si permette avvicinarlo a un più alto genio, a me De Andrè ricorda un po' Montale e il suo correlativo oggettivo. Trasfigura la realtà e la trascende, eppure ad essa rimane ancorato.
Questa non è tra le canzoni che mi piacciano di più (Amico fragile, Smisurata preghuera, e Le nuvole lo sono invece, e un paio d'altre) però c'è sempre il tocco del poeta. Forse un po' monotematico -nelle suddette no-, come monotematiche sono le melodie: ma sicuramente grande.

giovedì 13 marzo 2008

Voce del silenzio: Amico fragile

pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra



.. grazie *

mercoledì 12 marzo 2008

martedì 11 marzo 2008

Le nuvole

Il presente blog risente della suggestione del phrontistèrion di Nephelai, di Aristofane, della phoitesis mio ideale didattico e di ricerca. Ma anche di una poesia su cui un'amica mi ha condotto a riflettere.

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell�airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

LE NUVOLE, di Fabrizio de Andrè


lunedì 10 marzo 2008

I'm a fool to want you

video reperito su youtube

Medea nel Tempo - in fieri

Di seguito propongo frammenti di rappresentazioni di Medea, consapevole delle profonde differenze tra le opere.

video reperiti su Youtube

Basata sulla Medea di Euripide è la Medea di Luigi Cherubini (1797)
qui interpretata da Maria Callas,
-Numi venite a me, inferni Dei!-

Numi venite a me, inferni Dei!
Voi tutti che aiutaste il mio voler!
La vostra forza ancor m'assista,
Voi l'opra mia compier dovete.
Distenda in ciel la nera morte il velo,
E popol strugga
E re in sua rovina orrenda!
O cari figli, strazio mio supremo,
Ch'io sacro qui
Dell'odio all'altre Dive,
Non debba io mai il sangue vostro espiar!
Si! Vostro padre fu che v'uccise!
Reietto in terra il vil,
Lo sperda il ciel,
S'appressan, ahimè! Quale tormento!
Il cor di madre batte nel mio petto.
Natura, or tu invano parli a me.
Morir dovran, vita è a lor negata!
Votati son dell'atra
Erinni al nume!
Il suo volere sol comanda in me!

Giason, dei tuoi figli la madre

Medea e il Tempo - in fieri

Medea di Euripide e la scrittura, come apertura di nuove dimensioni

E’ assai viva, a mio avviso, la dinamica passato-presente nella Medea di Euripide, nella cerniera della memoria e della ricerca tentata e sempre viva di rivedere in tale dinamica una consequenzialità schiacciante nella storia, come altri tragediografi hanno intravisto come motore drammatico ed impasse esistenziale per l’uomo il dramma di un passato – memoria della famiglia – atavico e determinante per il presente.

La tragedia di Euripide si apre con uno squarcio che dà direttamente sulla memoria, un ponte nel tempo, un volo come quello della nave Argo:

“come vorrei che la nave di nome Argo non avesse oltrepassato mai le ombrose Simplegadi, volando verso la Colchide”, afferma la Nutrice, con una desiderativa ormai protesa nell’impossibilità.

E anzi il rimpianto viene affondato ancor più nel passato: per la verità mai sarebbero dovuti essere abbattuti gli alberi che hanno fornito la legna per la costruzione della nave, mai la ricerca del Vello d’oro si sarebbe dovuta compiere: cosicché mai Medea si sarebbe accesa d’amore per Giasone, mai ne sarebbe stata schiacciata, mai avrebbe tramato la distruzione di Pelia ingannandone le figlie a compiere l’atroce parricidio… mai sarebbe venuta ad abitare, esule eppure inizialmente gradita ai cittadini, a Corinto.

Mai si sarebbe compiuto ciò che la nutrice, sin dall’inizio, paventa: Temo per i figli.

La memoria scava a riaffermare che le radici di quel che succede nel presente: con una consequenzialità atroce, sono consolidate in un passato di orrori, di cui peraltro la stessa Medea è stata artefice.

Nel presente, ora, infelice, offesa, Medea invoca i giuramenti di un tempo, le solenni promesse fattele da Giasone, invoca gli dei a testimoni di ciò che ha ricevuto in cambio da Giasone, per i favori resigli nel passato.

E’ un tòpos, quello dell’eroina amante abbandonata, dopo che ha aiutato l’amato, dopo che questi le ha giurato amore e fedeltà per il futuro: lo ritroviamo nell’Arianna di Catullo (c.64), e preannunciato nel l. III delle Argonautiche.

Quest’ultimo è ugualmente incentrato su una dinamica di passaggi temporali, alternati all’immaginazione di alternative parallele e reciprocamente escludentisi, nel passato e nel futuro.

La vicenda è nota: una giovanissima Medea, figlia di Eeta re dei Colchi, si innamora a prima vista dell’eroe cui suo padre aveva imposto prove proibitive da affrontare per conquistare il vello d’oro. Eeta spera di eliminare l’intruso, ma a Giasone la maga-fanciulla offre pozioni che gli permetteranno di superare la prova, conservando la vita contro le aspettative del re.

Prima di incontrare l’eroe, Medea attraversa una notte tormentata da incubi, nei quali la vergine ottemperante ai divieti del padre si batte contro la donna colpita dalla freccia di Eros.

Attanagliata tra l’alternativa di uccidersi – sepolta dal bel ricordo della vita trascorsa, che anch’esso esprime un balzo nel passato - e quella di salvare l’uomo, sceglie infine quest’ultima, e a Giasone una Medea col cuore (reso con kardia, a rilevare la fisicità del suo sentimento) in sussulto dona le pozioni non meno che se stessa: e se stessa non meno che le proprie angosce per il futuro.

Ma Giasone apre una prospettiva sul futuro, rendendole la promessa – così come Teseo ad Arianna – che porterà Medea con sé in Grecia, dove sarà onorata per il servigio reso agli Argonauti ed egli le vivrà sempre accanto. E’ il loro patto: e Medea sta ad esso, permette a Giasone di superare la prova, e si unisce a lui.

Anche in Apollonio quindi vediamo il motivo che riaggancia ad Euripide, i patti nel passato che risolvono una situazione presente e però saranno traditi nel futuro: in Euripide Medea ne riprende la memoria e rileva come il tempo defluendo da passato a presente non abbia convalidato proprio quei patti, ma li abbia traditi.

Giàsone è stato uno spergiuro, così come spergiuro è stato Teseo nei confronti di Arianna, e notiamo nel c. 64 di Catullo lo stesso motivo.

Ora, pare che via via che si procede nella lettura del III libro delle Argonautiche emergano concetti peculiari:

o il ricordo, la memoria del passato, assume una connotazione personale e da cui non vien tratto valore educativo,

o in più, com’è tipico della cultura greca arcaica, la maledizione colpisce non solo chi ne è bersaglio, ma anche la famiglia e i figli.

E’ questa una tematica che ritroviamo nelle tragedie di Eschilo e di Sofocle p.es.: il mìasma, la piaga, la maledizione da parte degli dei di chi ha mancato eccedendo in ubris, non viene rivolta solo ad personam, ma anche alla stirpe…

______________

Di taglio non del tutto differente, sotto questo profilo, l’esordio della Medea di Seneca, rispetto all’antecedente – ormai di secoli prima – di Euripide.

Con toni spiccatamente sanguinosi e orribili, la Medea senecana invoca gli dèi, così com’era uso per gli antichi, rievocando per ognuno le sue caratteristiche, da ‘rivitalizzare’ appunto al momento della necessità da cui la preghiera scaturisce, con un usuale scarto per cui il presente viene reintegrato nel passato - in un corso già comprovato delle cose -, a causa dell’intervento divino.

Dèi del matrimonio, io vi prego. Tu, Lucina, custode del letto nuziale. E tu, Minerva, che insegnasti a Tifi il governo della nave, la prima che vinse i flutti, e tu sole che distribuisci al mondo la luce del giorno, e tu, Nettuno, che crudelmente regni sul mare profondo, e tu, Ecate Triforme, che offri il tuo complice raggio ai riti segreti, e voi, sui quali Giasone mi giurò fedeltà, e voi, voi che a Medea è più lecito invocare: Caos dell’eterna notte, regno che è agli antipodi del cielo, e voi, Spiriti del male, e tu, Plutone, signore del regno dolente, e tu, Proserpina, signora che un amore più fedele ha rapito: io vi prego con la mia voce funesta.

Ora, ora dovete venire, dee vendicatrici dei delitti, Furie, luttuoso il crine di guizzanti serpi, la nera fiaccola stretta con mani di sangue, orrende come il giorno che appariste alle mie nozze: la morte, date la morte alla nuova sposa di Giasone, al suocero, a tutta la famiglia regale, ma a me date qualcosa di peggio, che io possa augurarlo al mio sposo. Che viva, lui, e corra per città sconosciute, esule, privo di tutto e colmo di terrore, odiato e senza asilo. E rimpianga me come sposa, e batta a porte straniere come un ospite troppo conosciuto. Non riesco dunque ad augurargli nulla di peggio? Sì, generi figli simili al padre, simili alla madre. Ecco, la vendetta è fatta. ho partorito.

Della Medea di Euripide e della sua pretesa misoginia si è parlato più volte e al momento non inserisco un panorama critico in proposito.

Tra le diverse interpretazioni del personaggio, ricordiamo in generale infatti quella che rileva in Euripide l’inconscia paura dell’uomo greco, desideroso della cristallina razionalità apollinea nei confronti della torbida, atavica, ancestrale ‘Dea-Gea Madre’ – signora del magico segreto della vita e delle forze della natura -, o proprio il suo contrario, il desiderio di ridar spazio e dignità alla vittima calpestata di una cultura maschilista e pederasta, asfissiante e innaturale.

Euripide era forse a conoscenza di fonti anteriori, attestate poi da Pausania, Eliano, Parmenisco, che rivedevano in Medea la madre “guaritrice ed esperta di magia che doveva essere emersa da antichissimi sostrati mitici, da epoche in cui i figli erano il bene supremo di una tribù e in cui le madri venivano tenute in grande stima proprio per la loro capacità di perpetuare la stirpe” (Christa Wolf nel suo forse poco approfondito L’altra Medea): non partorivano insomma “per vendicarsi”.

I contemporanei di Euripide peraltro riflettevano sul fatto che non il figlio, ma il fratello non è intercambiabile: se muore il fratello, non se ne può avere altro (si veda l’Antigone di Sofocle). Ed è il padre il vero generatore della stirpe, chi semina: Elettra a Clitennestra questo ritorce: lei è stata solo terra, per Agamennone (Eschilo).

“Questa cultura definita sempre più decisamente da bisogni e valori maschili, la quale oltre tutto ha prodotto una paura del Femminile e della donna, aveva bisogno della figura della donna selvaggia, malefica, dominata da istinti sfrenati, dell’esperta di magia nera, della strega”. E Medea è la vittima di questa necessità, la necessità del patriarcato di trasformare le mitologie, scrive ancora la Wolf.

Ma, al di sopra ancora di questa interessante notazione, si stende sulla letteratura antica una inestricabile teodicea che sconfigge anche il Tempo: le colpe, la ubris, dei padri e la loro arrogante insolenza del ritenersi più grandi degli Dei, o del Fato, ricadano sui figli.

Una consequenzialità schiacciante, una condanna senza speranza.

Sepolti dal tempo

Ott 10th, 2007
Il peccato di Lady Considine (Under capricorn)

Film affascinante, e misteriosamente scomparso dalle programmazioni tv: “Il peccato di Lady Considine”, conosciuto (?) anche come “Sotto il capricorno” o "Gli amanti del capricorno" (figuriamoci).
Lo vidi da bambina in bianco e nero (e continuo a preferirlo tale, a colori diventa lezioso, sebbene sia dato come originariamente “Technicolor”).
“Under capricorn”, è il titolo originale, è un film di Alfred Hitchcock del 1949.
REGIA di A. Hitchcock – 1949
Sceneggiatura:
John Colton and Margaret Linden;
James Bridie
Hume Cronyn (adattamento)
Genere: Drammatico
Prodotto da: Sidney Bernstein
Alfred Hitchcock
Original Music by: Richard Addinsell
Fotografia di: Jack Cardiff
Cast:
Ingrid Bergman …. Lady Henrietta Flusky
Joseph Cotten Sam Flusky
Michael Wilding Hon. Charles Adare


Under Capricorn - Locandina

Un giovanotto irlandese, Adare, cugino del governatore, si trasferisce in Australia: terra in cui ci si costruiva, ai tempi (il film è ambientato nel 1831) “una nuova vita” come altri, ex galeotti e giovani debosciati o cadetti in cerca di alternativa.
Moglie proprio di un ex carcerato che ha fatto fortuna è una cugina di Adare, che egli cerca di proteggere: le sue allucinazioni, le paranoie, sono davvero dovute all’alcool?
Il finale è straordinariamente intenso, ma più ancora certe scene in cui campeggia una Bergman fragile e dolente, nei suoi vaneggiamenti (ma sono tali?) da psicopatica.
La Bergman offre una prova, come disturbata psichica, eccellente - pari a quella di “Angoscia” - e Cotten a causa dell’ondeggiamento sul ruolo (marito crudele o premuroso?) è assai convincente - e in parte attira empatia più lui che la moglie.
Sicuramente ne attira più del fastidioso (forse volutamente) Wilding nel ruolo del cugino Adare, un personaggio in fondo leccato che in maniera sin troppo vista (almeno al giorno d’oggi) tira fuori infine il carattere.
Hitchcock, il sadico Hitch, è sempre lui: non ritengo si tratti di un film minore, sebbene così sia stato trattato dalle programmazioni che hanno seppellito la pellicola…
Io stessa al momento son riuscita a trovarne in dvd solo l’edizione originale, e con sforzo.

________________

Meno interessante, a mio avviso, ma l'ho visto ugualmente:

“L’ombra del dubbio”, di Alfred Hitchcock

Sembra irrimediabilmente ‘vecchio’, in situazioni, dialoghi, atteggiamenti, cliché. Ma attendo di qui a poco il ‘colpo d’ala’ del maestro. Lo scavo nel cattivo. La consapevolezza man mano sempre più inquietante, minacciosa tanto più quanto ad essa si sia refrattari, poi la fatica dell’essere una giovane Cassandra. Il ritratto ambiguo e affascinante del personaggio negativo eppure amato e creduto.
Non il film migliore di Hitchcock, ma malgrado qualche fitto velo di muffa, la non amata protagonista femminile e un doppiaggio ignobile conserva il suo fascino.

Prova semistrutturata sulla Letteratura Latina in età arcaica

Prova semistrutturata sulla Letteratura Latina in età arcaica

Periodo di somministrazione: inizi I trimestre in primo anno del triennio, Liceo Scientifico o Classico

1. Perché Ennio si definì dicti studiosus? (3 rr) – 1 punto -
2. Qual era la concezione della storia di Ennio? (7 rr) – max 2 punti -
3. Nel periodo da te studiato, quale fu l’atteggiamento della classe politica romana nei confronti del mondo greco? Presenta alcuni esempi di rilievo (9 rr) – max 2 punti -
4. Per quale motivo i prologhi di Terenzio vengono definiti ‘apologetici’, o polemici? Presentane un esempio (6 rr) – max 2 punti -
5. Rifletti su Terenzio, il circolo degli Scipioni e il nuovo ideale di humanitas (8rr) – max 3 punti -
6. Rifletti sulla nuova visione dell’educazione e del rapporto padri-figli in Terenzio e presentane esempi. (10 rr) – max 3 punti -
7. Specificità delle Origines nella storiografia romana. (7rr) – max 2 punti -
-nota - l’indicazione in righe rispetto a quanto poi concretizzato nell’analogo articolo sotto password che è possibile richiedermi, è unicamente orientativa, a causa della diversità dei formati di scrittura elettronica -

domenica 9 marzo 2008

Gerry Mulligan: Laura

"Lady sings the blues"

Negra? Non si vede?
Cantante? Ascoltami e vedrai
Puttana? Sì, ho fatto anche quello
E bevo anche come quattro uomini
Non mi fai paura, ho suonato in posti peggiori di questo
In bar di cow boys nel sud dove mi sputavano addosso
In una città dove il giorno stesso avevano linciato un nero
A New Orleans dove un diavolo alla moda
Ogni sera mi regalava fiori di droga
E a Chicago mi innamorai di un trombettista sifilitico
E all’uscita del night mi hanno spaccato la bocca
Sotto la pioggia da una stazione all’altra
Lady sings the blues

Negra? Sì, ma ci sono abituata
Cantante? Canto come una gabbia di uccelli
Note gravi e alte, e tutto il repertorio
Posso svolazzare come quelle belle cantanti dei film
E poi posso piantarti una ballata nel cuore
Vuoi strange fruit? Vuoi midnight train?
Posso cantartela anche da ubriaca
O con un coltello nella schiena
O piena di whisky e altro, perché sono una santa
E il mio altare è nel fumo di questo palco
Dove Lady sings the blues

Negra? Negra e bellissima, amico
Cantante? Non so fare altro
Puttana? Beh sì ho fatto anche quello
E bevo come quattro uomini
Non toccarmi o ti graffio quella bella bianca faccia
Posate il bicchiere, aprite quel poco che avete di cuore
State zitti e ascoltate io canto
Come se fosse l’ultima volta
Fate silenzio, bastardi e inchinatevi
Lady sings the blues

E quando tornerete a casa dite
Ho sentito cantare un angelo
Con le ali di marmo e raso
Puzzava di whisky era negra puttana e malata
Dite il mio nome a tutti, non mi dimenticate
Sono la regina di un reame di stracci
Sono la voce del sole sui campi di cotone
Sono la voce nera piena di luce
Sono la lady che canta il blues
Ah, dimenticavo… e mi chiamo Billie
Billie Holiday


Lady sings the blues
di Stefano Benni


Oda al mar

Ago 25th, 2007

La poesia, da cui ho decurtato alcuni versi nel fotomontaggio, è di
Pablo Neruda,
autore che sto riscoprendo recentemente. Leggetela, senza che io la oscuri di commenti.

———


Oda al mar

La fotografia in sé è di Andrea Amici, il fotomontaggio è mio.
guarda l'immagine
da Odas elementales

Aquí en la isla
el mar
y cuánto mar
se sale de sí mismo
a cada rato,
dice que sí, que no,
que no, que no, que no,
dice que si, en azul,
en espuma, en galope,
dice que no, que no.
No puede estarse quieto,
me llamo mar, repite
pegando en una piedra
sin lograr convencerla,
entonces
con siete lenguas verdes
de siete perros verdes,
de siete tigres verdes,
de siete mares verdes,
la recorre, la besa,
la humedece
y se golpea el pecho
repitiendo su nombre.
Oh mar, así te llamas,
oh camarada océano,
no pierdas tiempo y agua,
no te sacudas tanto,
ayúdanos,
somos los pequeñitos
pescadores,
los hombres de la orilla,
tenemos frío y hambre
eres nuestro enemigo,
no golpees tan fuerte,
no grites de ese modo,
abre tu caja verde
y déjanos a todos
en las manos
tu regalo de plata:
el pez de cada día.

Aquí en cada casa
lo queremos
y aunque sea de plata,
de cristal o de luna,
nació para las pobres
cocinas de la tierra.
No lo guardes,
avaro,
corriendo frío como
relámpago mojado
debajo de tus olas.
Ven, ahora,
ábrete
y déjalo
cerca de nuestras manos,
ayúdanos, océano,
padre verde y profundo,
a terminar un día
la pobreza terrestre.
Déjanos
cosechar la infinita
plantación de tus vidas,
tus trigos y tus uvas,
tus bueyes, tus metales,
el esplendor mojado
y el fruto sumergido.

Padre mar, ya sabemos
cómo te llamas, todas
las gaviotas reparten
tu nombre en las arenas:
ahora, pórtate bien,
no sacudas tus crines,
no amenaces a nadie,
no rompas contra el cielo
tu bella dentadura,
déjate por un rato
de gloriosas historias,
danos a cada hombre,
a cada
mujer y a cada niño,
un pez grande o pequeño
cada día.
Sal por todas las calles
del mundo
a repartir pescado
y entonces
grita,
grita
para que te oigan todos
los pobres que trabajan
y digan,
asomando a la boca
de la mina:
"Ahí viene el viejo mar
repartiendo pescado".
Y volverán abajo,
a las tinieblas,
sonriendo, y por las calles
y los bosques
sonreirán los hombres
y la tierra
con sonrisa marina.
Pero
si no lo quieres,
si no te da la gana,
espérate,
espéranos,
lo vamos a pensar,
vamos en primer término
a arreglar los asuntos
humanos,
los más grandes primero,
todos los otros después,
y entonces
entraremos en ti,
cortaremos las olas
con cuchillo de fuego,
en un caballo eléctrico
saltaremos la espuma,
cantando
nos hundiremos
hasta tocar el fondo
de tus entrañas,
un hilo atómico
guardará tu cintura,
plantaremos
en tu jardín profundo
plantas
de cemento y acero,
te amarraremos
pies y manos,
los hombres por tu piel
pasearán escupiendo,
sacándote racimos,
construyéndote arneses,
montándote y domándote
dominándote el alma.
Pero eso será cuando
los hombres
hayamos arreglado
nuestro problema,
el grande,
el gran problema.
Todo lo arreglaremos
poco a poco:
te obligaremos, mar,
te obligaremos, tierra,
a hacer milagros,
porque en nosotros mismos,
en la lucha,
está el pez, está el pan,
está el milagro.

Ai miei libri così bello rivolgermi...

Unto my Books - so good to turn -
Far ends of tired Days -
It half endears the Abstinence -
And Pain - is missed - in Praise -

As Flavors - cheer Retarded Guests
With Banquettings to be -
So Spices - stimulate the time
Till my small Library -

It may be Wilderness - without -
Far feet of failing Men -
But Holiday - excludes the night -
And it is Bells - within -

I thank these Kinsmen of the Shelf -
Their Countenances Kid
Enamor - in Prospective -
And satisfy - obtained -


Ai miei Libri - così bello rivolgermi -
Ultimo lembo di stanche Giornate -
Che fa quasi amare l’Astinenza -
E la Pena - trascurare - nel Plauso -

Come le Fragranze - allietano gli Ospiti in Ritardo -
Con promesse di Banchetti -
Così gli Aromi - stimolano il tempo
Fino alla mia piccola Biblioteca -

Può esserci il Deserto - là fuori -
Lontani passi di Uomini imperfetti -
Ma la Festa - esclude la notte -
Ed è Scampanio - dentro -

Ringrazio questi Parenti dello Scaffale -
Le loro Fisionomie di Pelle
Innamorano - nell’Attesa -
E appagano - ottenuti -


Emily Dickinson

J 604 (1862) / F 512 (1863)


Conoscenza: immaginazione e coraggio

« Noi tutti, vedenti e non vedenti, ci differenziamo gli uni dagli altri non per i nostri sensi, ma nell’uso che ne facciamo, nell’immaginazione e nel coraggio con cui cerchiamo la conoscenza al di là dei sensi »

-Helen Keller, The five-sensed world, 1910-

frammenti di lettura

..incespicati, duplici, sfocati, fino a spargersi e strinarsi di nulla.
Ma
“..con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”

- thomas stearns eliot -

il poeta. sacerdote e interprete di significati

Fu questo un poeta - colui che distilla
un senso sorprendente
da significati ordinari,
ed essenze così immense
da specie familiari
morte alla nostra porta -:
stupore ci invade che
non fummo noi
a fissarle prima.


Chi dischiude e rivela le immagini,
il Poeta, è lui,
ci designa e condanna per contrasto
ad una illimitata povertà.

Della sua parte così inconsapevole,
che il furto non lo turberebbe,
è lui un Tesoro per la sua interiorità,
per il Tempo, esteriormente.

Emily Dickinson
(1862 ca.)

n.448:
This was a Poet - It is That
distills amazing sense
from ordinary Meanings
and Attar so immense
from the familiar species
that perished by the Door.
We wonder it was not Ourselves
arrested it - before -
of pictures, the Discloser -
the Poet - it is He -
entitles us - by contrast -
to ceaseless poverty -
Of portion - so unconscious -
the robbing - could not harm -
Himself - to Him - a Fortune -
exterior - to Time -

libri e viaggi

libri e viaggi - e Novecento -

"There is no Frigate like a book
To take us Lands away
Nor any Coursers like a page
Of prancing Poetry-
This Travel may the poorest take
Without oppress of a Toll-
How frugal is the Chariot
That bears the Human soul".
Emily Dickinson

...but..

Giu 25th, 2007

“…but how strange
the change
from major to minor… ”

(da Every time we say goodbye, di Cole Porter)

se non per accenni...

Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica di significati:
messaggi che mi sarebbe difficile comunicare ad altri,
definire,
tradurre in parole,
ma che appunto perciò mi si presentano come decisivi.
Sono annunci o presagi che riguardano me e il mondo insieme:
e di me non gli avvenimenti esteriori dell’esistenza ma ciò che accade dentro, nel fondo;
e del mondo non qualche fatto particolare ma il modo d’essere generale di tutto.
Comprenderete dunque la mia difficoltà a parlarne,
se non per accenni. ,,

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

- grazie, amica mia -

..ricordare

Ricordare, ricordare è come un po’ morire
tu adesso lo sai
perché tutto ritorna anche se non vuoi
e scordare,
e scordare è più difficile
ora sai che è più difficile
se vuoi ricominciare
ricordare, ricordare, come un tuffo in fondo al mare
ricordare, ricordare, quel che c’è da cancellare
e scordare, e scordare, è che perdi cose care
e scordare, e scordare, finiranno gioie rare
e scordare, e scordare, è che perdi cose care

- da Una pura formalità, di Giuseppe Tornatore, 1994

scrittura e identità

“mi succede tuttora di dubitare di aver vissuto quei giorni
di aver stretto quell’amicizia
d’aver conosciuto chi era appena cascato sotto i miei occhi.
A questo corpo occorreva respiro ed io ho scritto queste pagine
ai suoi occhi vuoti occorreva uno sguardo
alle sue labbra un ultimo lamento
a questo sogno occorreva un dormiente”

da Una pura formalità, di Giuseppe Tornatore - 1994

Scrittura come (ricerca di) identità..?

sabato 8 marzo 2008

le parole del guerriero

Mar 26th, 2007

..ecco, ero in ambasce perché dovevo affrontare, più per motivi didattici (un buon esercizio per far pratica col latino della grammatica e della sintassi, mediante l’”Analogia”, direbbe Cesare stesso) che per convinzione quanto alle tematiche, la lettura, in “classico latino”, del De Bello Gallico.
D’un tratto, misericordiosamente, ho avuto la pur semplice intuizione che è un esempio mirabile - ed elegante e sobrio - di ‘parole del guerriero’ (*)
La fantasmagoria di giustificazioni teoriche che trascina un uomo a combatterne un altro (in genere per conto di terzi).

La conquista della Gallia, atto di impronta imperialistica più che netta, da parte di Roma, viene da Cesare presentata - ad un’opinione pubblica plaudente - come una strategia difensiva, e Cesare stesso (peraltro così attento ai gusti del destinatario) come chi vi è assolutamente costretto: Roma si fa carico di proteggere gli alleati, che sarebbe non solo detrimentum, ma anche uno sfregio (il contrario di ornamentum, entrambe parole cesariane) abbandonare.
Gli atti di guerra offensiva non sono che una misura preventiva.
E se anche i Galli vengon mostrati anelare alla libertà, non è, no, per partecipare alle loro speranze, per dar Cesare voce a genti che la storia ha dimenticato ricordando solo le ragioni del vincitore…
Non c’è nulla (devo controllare però, prima di dirlo in classe) infatti della partecipazione segnalata dalla focalizzazione interna: invero, di essi vien sottolineata, indirettamente ma inequivocabilmente, la pericolosità sociale e politica, dacché il loro ribellismo è piuttosto una bomba ad orologeria: son barbari violenti, riottosi, faziosi, sotto la guida di tiranni folli che come Critognato si spingono al di là di ogni civiltà e di ogni aberrazione, addirittura invitando, nel resistere all’assedio dei Romani, al cannibalismo contro i più anziani (inoltrandosi quindi verso quelle terre desolate dalla civiltà e dall’umanità, che erano tipiche di genti, appunto, propriamente barbare - sin da Omero -: i Ciclopi, i Lestrigoni, e altri - sulla categoria del “mangiare altro” vorrei fermarmi, prima o poi(**) ).

Ed ecco che peraltro, Cesare (comandante che guida - e tiene a sé vincolato - un esercito di valorosi, indefessi, integri e fedeli militi), con quella sua prosa razionale, misurata, ed esente da evidenti autocelebrazioni, limpida e sobria, sottolinea infatti che Roma è invece portatrice di civiltà: già nella figura dello scrittore-condottiero, dalle profonde capacità analitiche, dalla sicura decisionalità tattica, dal lucido razionalismo, dalla capacità, in definitiva, di portar ordine - amaro alibi del dux -, nella realtà, come nel testo, ov’esso sia turbato.
——————

(*) il percorso tematico mi è stato suggerito e chiarito da una -memorabile- conversazione con il dott. Andrea Molle, che ringrazio.
(**) mangiare altro significa.. essere, altro (altro, e anche ‘barbaro’), nella cultura classica e non, nel mito.
Una discriminante tra dio e uomo è il mangiare, il ‘cosa si mangia’. Il dio l’ambrosia, l’uomo no.
Si riconosce che Ulisse viene a contatto con popolazioni ‘altre’ proprio dal fatto che spesso esse non praticano l’agricoltura: e in particolare dal cibo di cui si sostentano: dal fatto che i Lotofagi appunto si cibano di fiori che provocano amnesia; che i Lestrigoni come i ciclopi sono giganti antropofagi, e…non ricordo cosa facciano, gli abitanti dell’isola di Eolo, sempre presi a banchettare.

..quello scomodo diaframma che è la mia persona,,

Come scriverei bene se non ci fossi! Se tra il foglio bianco e il ribollire delle parole e delle storie che prendono forma e svaniscono senza che nessuno le scriva non si mettesse di mezzo quello scomodo diaframma che è la mia persona!

Da
Italo Calvino, “Se una notte d’inverno un viaggiatore”

Cercando Bartleby...

About Bartleby, the scrivener

Il 6 giugno 1984 Calvino fu ufficialmente invitato dall’Università di Harvard a tenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures. Si tratta di un ciclo di sei conferenze. […]
Presto diventarono un’ossessione, e un giorno mi disse di avere idee e materiali per almeno otto lezioni, e non soltanto le sei previste e obbligatorie. […]
Al momento di partire per gli Stati Uniti, delle sei lezioni ne aveva scritte cinque. Manca la sesta “Consistency” e di questa solo so che si sarebbe riferito a “Bartleby” di Herman Melville.
[…] Questo libro riproduce il dattiloscritto come l’ho trovato. […]

Presentazione di Esther Calvino a:
Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Milano, Garzanti, 1988.

le città invisibili

Il libro è nato un pezzetto per volta, a intervalli anche lunghi, come poesie che mettevo sulla carta, seguendo le più varie ispirazioni.
Io nello scrivere vado a serie: tengo tante cartelle dove metto le pagine che mi capita di scrivere, secondo le idee che mi girano per la testa, oppure soltanto appunti di cose che vorrei scrivere.
Ho una cartella per gli oggetti, una cartella per gli animali, una per le persone, una cartella per i personaggi storici e un’altra per gli eroi della mitologia; ho una cartella sulle quattro stagioni e una sui cinque sensi; in una raccolgo pagine sulle città e i paesaggi della mia vita e in un’altra città immaginarie, fuori dallo spazio e dal tempo. Quando una cartella comincia a riempirsi di fogli, comincio a pensare al libro che ne posso tirar fuori. […]

Da Italo Calvino - Presentazione, in: Italo Calvino Le città invisibili, Milano, Arnoldo Mondadori, 1993.

__________________________

L’atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole. Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell’approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s’incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo per pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t’ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Italo Calvino - Le città invisibili

Prova semistrutturata sulla Letteratura Latina in età arcaica

Prova semistrutturata sulla Letteratura Latina in età arcaica
1. Perché Ennio si definì dicti studiosus? (3 rr) – 1 punto -
Ennio definì se stesso primo poeta latino ‘dicti studiosus’ – espressione non a caso calco semantico dal greco philologos - per sottolineare la propria elegante dottrina linguistica, metrica e letteraria.
2. Qual era la concezione della storia di Ennio? (7 rr) – max 2 punti -
La concezione della storia di Ennio è spiccatamente individualistica e nazionalistica: il poema epico-storico consegna al lettore un messaggio ben preciso: Roma, grazie alle virtù tradizionali (mores antiqui, mos maiorum) espresse dai grandi uomini politici e dai suoi condottieri militari, è degna di perseguire ed ottenere la leadership del mondo conosciuto con la sua politica imperialistica.
La storia e l’epos storico son quindi rivestiti di un chiaro significato romanocentrico, e attraversati da un’entusiastica celebrazione della potenza e della gloria romane.
3. Nel periodo da te studiato, quale fu l’atteggiamento della classe politica romana nei confronti del mondo greco? Presenta alcuni esempi di rilievo (9 rr) – max 2 punti -
Sebbene anche in precedenza si fosse sentita l’influenza magnogreca nella cultura latina, l’ambiente culturale romano del II secolo a.C. era fortemente ellenizzato: promotori di tale processo –sin dall’inizio ferocemente avversato da Catone il Censore- furono uomini politici e letterati romani e greci (in seguito raccolti attorno a Scipione Emiliano nel c.d. “circolo scipionico”), convinti della necessità di arricchire spirito e intelletto in una sintesi armoniosa tra virtù romane tradizionali e filosofia greca (in particolare paneziana): sintesi da cui germinerà il valore dell’humanitas non meno che il senso della missione morale e politica di cui Roma si sente investita nelle sue istanze imperialistiche (e che esse mistificherà).
4. Per quale motivo i prologhi di Terenzio vengono definiti ‘apologetici’, o polemici? Presentane un esempio (6 rr) – max 2 punti -
Terenzio abbandona la tradizione del prologo espositivo tipico di Menandro e di Plauto: esso si rivela uno spazio metateatrale riservato alla difesa delle proprie opere (p.es. in Hecyra), alla rivendicazione della propria originalità (p.es. in Eunuchus) e alla correttezza delle proprie ‘contaminazioni’ (p.es. in Andria, Adelphoe e Heautontimoroùmenos che difende anche la nuova poetica distaccata dalla fissità dei ruoli) rispetto alle accuse rivolte al drammaturgo dai suoi detrattori.
5. Rifletti su Terenzio, il circolo degli Scipioni e il nuovo ideale di humanitas (8rr) – max 3 punti -
Terenzio, che ebbe come amici e protettori (secondo Svetonio) uomini politici e letterati quali Scipione Emiliano (figlio di L.Emilio Paolo) e altri, contribuì ad intriderne il c.d. “circolo degli Scipioni” dell’ideale dell’humanitas (vicino alla visione di Menandro, IV sec.a.C.): la natura umana comune è fondamento di solidarietà tra gli uomini, di philanthropìa, del rispetto reciproco, della ricerca dell’autenticità (al di là delle convenzioni). Le categorie generalmente emarginate o ‘deboli’ – compresi gli adulescentes – son trattate con una comprensione delle circostanze e dei moventi sconfinante nel relativismo etico, e i figli educati in maniera non autoritaria ad un comportamento rispettoso delle virtù piuttosto che delle ipocrisie sociali o di motivi economici.
6. Rifletti sulla nuova visione dell’educazione e del rapporto padri-figli in Terenzio e presentane esempi. (10 rr) – max 3 punti -
La visione dell’educazione degli adulescentes in Terenzio risente fortemente dell’ideale dell’humanitas.
In specie negli Adelphoe, è presentato un modello educativo fondato sull’affettuosa comprensione dell’autonomia personale e decisionale dei figli: se Demea impersona la reazione del paternalismo autoritario, conformista, tradizionalista, Micione invece presenta la figura rinnovata di un ‘padre per scelta’ che stimola la formazione della personalità del figlio radicandola in un’etica ex animo (sostenuta da princìpi consapevolmente scelti) al di là dell’apprezzamento dell’opinione pubblica, e fondamentalmente relativistica. Vengono contestati gli eccessi d’autoritarismo tipici del mos maiorum: addirittura, nell’Heautontimoroùmenos, un padre punisce se stesso per esser stato troppo severo; la madre di Panfilo nell’Hecyra è ben diversa dal ‘doppio’ rappresentato dalla consuocera, lontana com’è dall’essere la tipica suocera autoritaria e invivibile.
7. Specificità delle Origines nella storiografia romana. (7rr) – max 2 punti -
Da quanto ne sappiamo dai frammenti e dalle notizie tratte dalla biografia scritta da Cornelio Nepote, le Origines di Catone sono caratterizzate da una formula compositiva che le differenzia dalla tradizione rappresentata sia dalla prima storiografia romana (gli Annales in greco di Fabio Pittore e Cincio Alimento), sia dall’epica storica romana di Nevio ed Ennio.
Vengono abbandonati sia il modello annalistico, sia l’interpretazione individualistica della storia di Roma, e, piuttosto che affondare le radici di Roma in un contesto mitologico e leggendario, Catone ne inserisce le ‘origini’ (donde il significativo titolo dell’opera) in un contesto geografico ed etnografico che non meno di Roma riguarda le origines, la storia, gli usi e i costumi delle principali città italiche e delle loro genti - Latini, Osci, Liguri, Etruschi, Veneti, Galli - il che risulta in un caso unico nella storiografia romana. -nota - l’indicazione in righe è unicamente orientativa

"..dubbioso.."

..Standomi un giorno dubbioso con la carta davanti, la penna
nell’orecchio il gomito sul tavolino, e la mano alla guancia, pensando
a quello che dovessi dire…

Miguel de Cervantes Saavedra “Don Chisciotte” (prologo)

"..cose remotissime dalla nostra memoria"

“I libri sono pieni delle parole dei saggi, pieni degli esempi degli antichi, dei costumi, delle leggi, della religione.
Vivono, discorrono, parlano con noi, ci insegnano, ci ammaestrano, ci consolano, ci fanno presenti - ponendole sotto gli occhi - cose remotissime dalla nostra memoria. Tanto grande è la loro forza, la loro dignità, la loro maestà e infine la loro sacralità, che, se non ci fossero i libri, saremmo tutti rozzi e ignoranti, senza alcun ricordo del passato, senza alcun esempio e non avremmo conoscenza alcuna delle cose umane e divine; la stessa urna che accoglie i corpi degli uomini avvolgerebbe nell’oblio anche i loro nomi”

Card. Giovanni Bessarione
- al Doge Cristoforo Moro, 31 maggio 1468, nell’offrirgli la sua collezione di
752 manoscritti, greci (ben 476? 482?) e latini, che costituì il primo nucleo della Biblioteca Marciana)

Lector in fabula in rapporto con Opera aperta, di Umberto Eco

Feb 24th, 2007

Appunti da Lector in fabula

A – frettolosa – cura di m.a.

“Conosci un altro modo per fregar la morte?”

Il libro:

Umberto Eco: Lector in fabula

la cooperazione interpretativa nei testi narrativi

Milano 1979.


Una lettura dell’Introduzione

Già in Opera aperta, del 1962, Eco rifletteva sullo statuto, dinamico, dell’opera d’arte – non solo letteraria.

Nelle sue parole, tratte dalla introduzione del saggio qui ripreso, affrontava il «problema di come un’opera d’arte da un lato postulasse un libero intervento interpretativo da parte dei propri destinatari, e dall’altro esibisse caratteristiche strutturali che insieme stimolavano e regolavano l’ordine delle sue interpretazioni».

Qualche anno dopo, scrivendo l’introduzione di Lector in fabula, indirettamente si avoca il merito di aver tracciato ante litteram un tentativo da afferire a quella che in seguito sarebbe stata chiamata pragmatica del testo, focalizzando nella «attività cooperativa che porta il destinatario a trarre dal testo quel che il testo non dice (ma presuppone, promette, implica ed implicita), a riempire spazi vuoti, a connettere quello che vi è in quel testo con il tessuto dell’intertestualità da cui quel testo si origina e in cui andrà a confluire» uno degli stimoli e insieme degli indicatori del godimento nella fruizione del testo, così come essa sarebbe poi stata descritta da Barthes ed Eco si annette come sottinteso dalla «fenomenologia.. delle esperienze di “apertura”» che egli aveva tentato.

Peraltro, precisa, il suo intento era piuttosto di «definire la forma o la struttura dell’apertura», «cosa nel testo stimolasse e regolasse a un tempo la libertà interpretativa», come supra accennato.

Quali erano i presupposti teorici con cui si trovava ad interagire con l’opera?

Sicuramente, ammette Eco, stimoli provenienti dall’Estetica di L. Pareyson, ma solo nelle edizioni successive di Opera aperta aveva potuto lucrare, per l’analisi teorica della strategia testuale, «del formalismo russo, della linguistica strutturale, delle proposte semiotiche di Jakobson, Barthes e altri», che pure oscuravano «l’intervento interpretativo del destinatario».

Claude Lévi-Strauss infatti (in Conversazioni con L.-S., Foucault e Lacan a cura di P. Caruso, Milano 1969, che riprende un’intervista del 1967) esprimeva perplessità proprio su quell’aspetto – contro la cui componente di arbitrarietà si era pronunciato peraltro anche Eco.

Criticava Lévi-Strauss, salvaguardando rigorosamente lo statuto autoriale dell’opera d’arte: «Quel che fa che un’opera sia un’opera non è il suo essere aperta ma il suo essere chiusa. L’opera è un oggetto dotato di proprietà precise, che spetta all’analisi individuare e che può essere interamente definita in base a tali proprietà…, come un oggetto che, una volta creato dall’autore, aveva la rigidezza, per così dire, di un cristallo: onde la nostra funzione (n.b.: alludendo all’analisi sua e di Jakobson di un sonetto di Baudelaire) si riduceva a metterne in luce le proprietà».

Tuttavia, lo strutturalista Jakobson aveva precisato nel 1958 tra le funzioni del linguaggio anche la necessità, nella comunicazione, di tener conto delle categorie di Emittente, Destinatario e Contesto; e proprio nell’analisi a Les Chats, afferma Eco, si compiono «operazioni complesse di inferenza testuale basata su competenza intertestuale», il che postula una serie di «scelte interpretative» da parte del lettore: in fondo sconfessando preliminarmente quanto poi affermato da Lévi-Strauss.

In realtà, il punto è che l’analisi strutturale non viene «inquinata» da elementi estranei al testo qualora venga attivata la «cooperazione del lettore»: piuttosto invece «il lettore come principio attivo dell’interpretazione» secondo una tale prospettiva «è parte del quadro generativo del testo stesso», anzi ciò significherebbe che i testi da Eco definiti “aperti” son quelli in cui è più evidentemente attivato un «principio che regola sia la generazione che l’interpretazione di ogni tipo di testo».

Il testo è in fondo «meccanismo pigro che vive sul plusvalore di senso immessovi dal destinatario», sebbene «desideri essere interpretato con un margine sufficiente di univocità»

Ad anni dalla pubblicazione di Opera aperta, Eco si dice consapevole che le sue successive analisi, da Apocalittici e integrati alla Struttura assente, a Le forme del contenuto sino al Trattato di semiotica generale, in realtà erano state volte a «cercare i fondamenti semiotici di quella esperienza di ‘apertura’ di cui avev[a] raccontato, ma di cui non avev[a] dato le regole, in Opera aperta».

Riprende, per quel che ricordo, abbastanza strettamente aspetti di Opera aperta anche la citazione finale dell’introduzione allo studio dello stesso Eco ai Misteri di Parigi di Sue, ripubblicato ne Il superuomo di massa: in essa Eco implicitamente ancora mette in guardia dalla forzosa strumentalizzazione dell’opera al servizio di «significazioni» attribuite poi dalla storia e dalla società, ribadendo che le «strutture narrative» non possono essere considerate solo «elementi neutri di una combinatoria assolutamente formalizzata» del tutto distaccati dall’opera stessa e dal suo rapporto con il ‘mondo’; così come tali significazioni, i «risultati pragmatici dell’opera-enunciato», non sono altro che «variazioni occasionali che non intaccano l’opera nella sua legge strutturale o addirittura ne risultano determinati»: e ben vano tentativo, «di fronte alla presenza, massiccia ed elusiva a un tempo, del puro significante».

«Ogni sforzo di definire una forma significante senza investirla già di un senso è vano e illusorio, così che ogni formalismo assoluto altro non è che un contenutismo mascherato.

Isolare delle strutture formali significa riconoscerle come pertinenti rispetto ad una ipotesi globale che si anticipa sul verso dell’opera; non c’è analisi di aspetti significanti pertinenti che non implichi già un’interpretazione e quindi un riempimento di senso».

Con chiara allusione a Barthes, l’autore conclude l’Introduzione con un ammiccamento suggestivo: «Ecco, ora si rompono gli indugi e questo lettore, sempre accanto, sempre addosso, sempre alle calcagna del testo, lo si colloca nel testo. Un modo di dargli credito ma, al tempo stesso, di limitarlo e di controllarlo.

Ma si trattava di fare una scelta: o parlare del piacere che dà il testo o del perché il testo può dare piacere. E si è scelta la seconda strada.

Luglio 1978»

N.d.Maria:

A latere osservo che nel 1979 Italo Calvino pubblicava “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.

Studiar leggendo - Ariosto

La scheda didattica si rivolge ad alunni di Prima o Seconda liceo classico. Peraltro potrebbe farsi, ognuno, “portatore sano” di cultura e interesse, avvicinando gli altri o proponendo questi input.

Studiare.. leggendo. Con l’agilità e la freschezza di una lettura alternativa.
La presente segnalazione di libri di supporto a quanto studiamo insieme nell’anno scolastico è uno strumento collaterale, e in definitiva quasi -sàrteme addòsso :ppp- un tramite fra la voglia di leggere (..saggistica piuttosto che romanzi) e …la voglia di studiare(..romanzi piuttosto che saggistica).

ARIOSTO, primo autore ad esser coinvolto nel nostro esperimento: e se lo leggessimo, come vi accennavo, mettendoci in sintonia con la lettura che ne fa a sua volta un grande scrittore a noi contemporaneo.. forse che non correremmo il rischio di farci coinvolgere dal suo modo di leggere, di rilevare aspetti vividi dell’autore che studiamo, e in maniera forse più originale, più bruciante, che dal manuale di letteratura?
Quest’ultimo rimane la ‘base’, naturalmente, e in qualche modo indispensabile: ma ad esso vorrei affiancare la risonanza che l’Autore dell’Orlando Furioso ebbe in Italo Calvino.
Spesso, a lungo, profondamente a quegli interessato: e chiari segni ne recano le sue opere (Il cavaliere inesistente per dirne una, e non è la sola! Ma vorrei che man mano le 'scopriste’ da voi…)

Io lessi anni anni fa, quando uscì, nel’91, sia la raccolta di saggi che vi consiglio poco oltre, sia un romanzo assai intrigante, che risente molto dell’Ariosto, almeno in una delle storie: ma ..in verità è tutto un gioco letterario e scrittori e scritture e ‘favole’ ne riecheggia tanti..

Tagliamo corto, questa presentazione pare una ..conferenza. :P

Perché leggere i classici?” di Italo Calvino,
è la mia proposta di lettura collaterale quanto allo studio di Ariosto.
In questo libretto, che è una raccolta di saggi introdotta da quello eponimo, ne trovate in particolare due che ci interessano:
La struttura dell'’Orlando” e
Piccola antologia di ottave”.

Chi avesse voglia di una lettura dell’Orlando Furioso anche non immediata, ma preso per mano da (ridaje) Calvino potrà affidarsi a
L’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino” (1970).

Il romanzo che vi suggerii già l’altr’anno e cui alludevo qui?
"Il castello dei destini incrociati", ancora di Italo Calvino.

Buona lettura!

venerdì 7 marzo 2008

musica e poesia: La mia fanciulla, di Umberto Saba

Di Umberto Saba leggiamo e ascoltiamo, qui, "La mia fanciulla".

La mia fanciulla

La mia fanciulla snella e polposetta
è come un arboscello con le poma:
una ne mangi ed un'altra t'alletta.


La mia piccola cara è una bambina.
Teme, se tardi rincasa, legnate
suo castigo di quando era piccina

E quando fa quella proibita cosa
si volge, e manda sospettose occhiate,
per veder se la mamma è là nascosa.

La mia piccola cara è troppo audace.
Mette la testa con la grande chioma
fra le mani, e mi guarda a lungo e tace

Durante questo nostro esperimento di fruizione sinestetica, ascoltiamo, di Andrea Amici, il madrigale gioioso per coro a cinque voci sullo stesso testo di Umberto Saba (leggi l'analisi dell'Autore).



giovedì 6 marzo 2008

Scamandro racconta

Le cose scorrono, accanto a noi, sui binari di una realtà parallela, forse imperturbabile, forse consapevole.

Scorre scritta sull'acqua la violenza dello sterminio reciproco, il confronto delle ragioni ineliminabili e banali dell'approccio tra due civiltà che si scavano l'un l'altra: ma più radicalmente dell'uomo a se stesso.

Lo Scamandro infine insorge a raccontare la favola atroce del duello tra Ettore e Achille, culmine dell'Iliade - Achilleide

Avevo visto anni di guerra: perché un fiume non corre cieco in mezzo agli uomini;
e per anni avevo udito lamenti:
perché un fiume non corre sordo dove gli uomini muoiono.
Sempre impassibile, avevo portato al mare i bagliori di quella faida feroce.
Ma, quel giorno, troppo fu il sangue, e la ferocia, e l'odio.
Nel giorno della gloria di Achille, io mi ribellai, disgustato.
Se non avete paura delle favole, ascoltate questa.

"Ti supplico, non abbandonarmi ai cani. Restituisci il mio corpo a mio padre".
Ma duro oltre ogni speranza era il cuore di Achille.
"Non supplicarmi, Ettore.
Troppo è il male che mi hai fatto.
E' già tanto che non ti faccia a pezzi io stesso
Patroclo, lui sì avrà tutti gli onori funebri che merita.
Tu meriti che i cani e gli uccelli ti divorino,
lontano dal tuo letto e dalle lacrime di chi ti ha amato"

Da Omero, Iliade, reading teatrale di Alessandro Baricco, 2004


- il video è realizzato a latere di rappresentazioni pittoriche e plastiche, con musiche originali, per cui si rinvia al video di NOTEIGNOTE -

...ontologie

..”siamo dei .pdf ambulanti, degli effimeri .jpg , degli affannati .ppt, dei vulnerabili .doc…”

Beppe Severgnini - Corriere della Sera

Leggere... leggero

ossia... Libri ConsigliatiLeggerA

Target orientativo (specifico per la situazione didattica che ho sperimentato quest’anno):
classi del triennio di liceo classico

ISTRUZIONI PER L’USO: Di seguito trovate segnalati varii libri, con l’indicazione della classe cui sono preferibilmente destinati (ma non ci sono pastoie in proposito).
Alla narrativa (e saggistica) classica contemporanea si susseguono autori di narrativa straniera, quindi i classici della Letteratura Italiana dall’Ottocento in poi.
Infine, vengono segnalati alcuni titoli di Cinematografia particolarmente interessante

ITALO CALVINO
Destinazione: tutte le classi
Perché leggere i classici (saggi)
I nostri antenati (Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente) narrativa
Destinazione: II e III
Il castello dei destini incrociati narrativa
Italo Calvino legge l’Orlando Furioso di L.Ariosto - Destinazione: in specie la II -
Lezioni americane (saggi)
Se una notte d’inverno un viaggiatore narrativa (Destinazione: in specie in III)

ANNA MARIA ORTESE
Destinazione: tutte le classi
Il mare non bagna Napoli

UMBERTO ECO
Destinazione: I
Il nome della rosa narrativa
Destinazione: II
L’isola del giorno prima narrativa
Destinazione: III
Sei passeggiate nei boschi narrativi (saggi)

JORGE L. BORGES
tutte le classi, in specie II e III:
L’Aleph
Finzioni

LEONARDO SCIASCIA
Destinazione: I
Il giorno della civetta narrativa
Il mare color del vino narrativa
Destinazione: II e III
La strega e il capitano narrativa (in specie in II)
Il cavaliere e la morte narrativa (in specie in III, insieme con “Il settimo sigillo” di Bergmann)
Todo modo narrativa
Porte aperte narrativa
Il contesto narrativa
A ciascuno il suo narrativa

CESARE PAVESE
Destinazione: I e II
La luna e i falò
Destinazione: II e III
Dialoghi con Leucò

C.E. GADDA
Destinazione: III
Quel pasticciaccio brutto de via Merulana

ANTONIO TABUCCHI
Destinazione: tutte le classi
La testa perduta di Damasceno Monteira narrativa
Sostiene Pereira narrativa

Destinazione: tutte le classi

R.BRADBURY
Destinazione: in specie in I
Fahrenheit 451

JAMES JOYCE
Gente di Dublino

M.PROUST
Un amore di Swann (da Alla Ricerca del tempo perduto)

MILAN KUNDERA
in specie in III (e II)
L’insostenibile leggerezza dell’essere

HERMAN MELVILLE
Bartleby lo scrivano
Moby Dick

Senza tralasciare:

Destinazione: tutte le classi

MANZONI
I promessi sposi

VERGA
I Malavoglia

SVEVO
La Coscienza di Zeno

PIRANDELLO
Destinazione: I
Il fu Mattia Pascal
II e III
Uno nessuno centomila
Così è se vi pare

BASSANI

Il giardino dei Finzi Contini

inbiblioteca.gif

CINEMATOGRAFIA

Destinazione: II
MEL GIBSON
Hamlet

I. BERGMANN
Destinazione: III
Il settimo sigillo (insieme con Il cavaliere e la morte di Sciascia)

W.WENDERS
Destinazione: I e II
Fino alla fine del mondo
III
Il cielo sopra Berlino
Così lontano così vicino

mercoledì 5 marzo 2008

Lo Stato di mia Madre

Dic 31st, 2007
Un rischio dirompente per un Paese democratico fondato sulla Giustizia
‘‘ Paolo Bolognesi, presidente dell’Unione familiari vittime del terrorismo: «Se Contrada ha gravi problemi di salute, venga trasferito e curato in un centro clinico attrezzato, ma perché la grazia?» ,,

‘‘ Rita Borsellino: «Ritengo questa (l’ipotesi di grazia a Bruno Contrada, ex dirigente di vertice del SISDE -ndr-) un’ipotesi estremamente grave. Contrada è stato condannato per reati commessi tradendo la sua funzione di servitore dello Stato, quello stesso Stato per cui Giovanni, Paolo e tanti altri rappresentati delle istituzioni hanno consapevolmente dato la vita. Comprendo i sentimenti di pietà che si possono avere nei confronti di un uomo nelle condizioni di Contrada, ma la sua vicenda giudiziaria ha sempre lasciato l’alea del dubbio sul fatto che il dirigente del Sisde abbia detto fino in fondo ciò che sapeva sulle complicità di parte delle istituzioni con l’organizzazione mafiosa.
Coloro che si accingono a decidere devono sapere che questo dubbio si riaccenderà anche sul loro operato. Uno Stato deve sapere distinguere e ricordare, altrimenti il rischio, dirompente per un Paese democratico fondato sulla giustizia, è che domani possa apparire legittima e dovuta anche la grazia ai boss mafiosi. La mia richiesta al Capo dello Stato è da sorella di Paolo, ma anche da parlamentare e da cittadina italiana». ,,

Sin da bambina, sin da giovane (ricordo le discussioni alla scuola media e al liceo e le ricerche -‘vere’, non stampate da internet -), non son mai stata “forcaiola”.
Non ho avuto bisogno – grazie ai principi, non di meno nel merito, profluiti dall’educazione e dal sangue di mia madre – di crescere progressivamente nella consapevolezza del rispetto dovuto anche a “Caino”, di maturare man mano coscienza che il carcere non dovrebbe essere più struttura di pena che di riabilitazione, costruita dalla riflessione e dal progressivo e positivo (umano e legale) reinserimento nella società. Positivo: se anche in una società malata, portatori (addirittura) di risanamento e probità: e in questo dunque ‘reintegrati’.
O coscienza che la pena di morte sia uno dei più nefasti e subdoli inganni della ‘giustizia’.
O che non sia meno che ipocrita in tal senso far languire gli esseri umani, finanche colpevoli, in strutture fatiscenti e deprivate della loro finalità. Insieme con mia madre, mi fluisce dentro anche il senso del rispetto del suo sacrificio, della sua abnegazione, dell’oscuro lavoro – in casa, e fuori come sconosciuta ma amata docente di italiano e incorrotta rettitudine – : dei suoi e di chi, ugualmente oscuro, se ne sia fatto operatore.
Così quando un Contrada – o chicchessia –, pur malato e anziano, ma che dovrebbe scontar dieci anni per “concorso esterno in associazione mafiosa”, afferma: «Non ho mai chiesto né chiederò una grazia a quello Stato da cui mi sarei aspettato un grazie»,
nel mio animo albergano pietà per l’uomo e non un pur sordo furore, ma un senso di giustizia e umanità feriti.
Rispetto le esigenze di salute di un Contrada, ma non meno di ogni carcerato assai meno ‘protetto’ da quegli stessi interessi ch’egli salvaguardava. Ma non provo alcun moto di simpatia per quell’accenno di orgoglio nel non riconoscersi meritevole di pena e quindi nel non volerla ammettere neppure nel chiederne grazia: orgoglio che mi pare piuttosto intriso di quella stessa aleatoria connivenza per cui egli non ha mai realmente fatto chiarezza su certe collusioni tra istituzioni e mafia, al di là di se stesso.
Ed il mio grazie preferisco rivolgerlo, sincero e senza rimorsi, a chi abbia lavorato per lo Stato e lo abbia protetto, con muta dignità, e sino all’estremo sacrificio (che abbia dato la vita perché gli sia stata spenta, o l’abbia spesa egli stesso).
Lo Stato: ma non lo Stato di Contrada e di chi lo sostiene.
Lo Stato di un Borsellino, di un Falcone, di un Biagi.
Lo Stato di mia Madre.

Regina Coeli...

Andrea Amici: “Regina coeli”
Un brano per coro di voci bianche, coro misto e orchestra, originariamente composto per soprano e organo ed eseguito, nella prima versione, al Santuario della Madonna di Montalto di Messina. Adesso viene proposto a distanza di qualche anno con un organico più ampio che sopprime la voce solista e all’organo sostituisce la più variegata tavolozza timbrica orchestrale, ricreando in realtà il brano che acquisisce così un nuovo significato musicale. L’idea fondamentale è quella di creare il senso di una lode che si esprime nella fissità circolare di un linguaggio diatonico totalmente defunzionalizzato.

A chi ascolta, con animo puro o turbato, mi pare che la struttura del brano e la sua orchestrazione suggerisca via via il senso di un’alternativa gioiosa: consapevole, nelle brumosità che poi convergono nella catarsi dell’ascesi finale, che è proprio da quel grembo oscuro e vitale della Ancilla Domini, della terra che pare definire, lugubre, l’esperienza umana, che poi pulsa la Vita.
La “fissità circolare” del linguaggio da Andrea usato si rivela, magistralmente, la stessa ‘ringskomposition’ in cui è suggellata la promessa di Chi dalla sofferenza ‘resurrexit sicut dixit’ e nella Sua Gloria gioiosa e limpida, come nel suo finale, tutto attrae e vertiginosamente rivela il suo reale significato.

"Istanbul è una città-nave: viviamo tutti su un vascello!"

Elif Shakak - La bastarda di Istanbul———–

n.b. La scheda e l’antologia sono tratte da
http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/rizzoli/_minisiti/shafak/libro.php
e qui immesse solo a titolo informativo e didattico, in attesa che io completi la lettura e le schede in proposito.

Leggi on–line (in saggio) -

Cannella

Non maledire ciò che viene dal cielo. Inclusa la pioggia.
Non importa cosa ti precipiti addosso, non importa quanto violento il nubifragio o gelida la grandine: non rifiutare quello che il cielo ti manda.
Lo sanno tutti. Inclusa Zeliha.
Eppure, quel primo venerdì di luglio, eccola affrettarsi sul marciapiede soffocato dal traffico verso un appuntamento per il quale è già in ritardo, imprecando come uno scaricatore e sibilando una bestemmia dietro l’altra contro le pietre rotte del selciato, contro i tacchi alti, contro l’uomo che la segue, contro ogni singolo autista che pesta frenetico sul clacson quando è assodato che non serve a niente, contro l’intera dinastia ottomana che nella notte dei tempi ha conquistato Costantinopoli, e sì, contro la pioggia… quella stramaledetta pioggia estiva.
Qui da noi la pioggia è un tormento. È probabile che in altre parti del mondo venga accolta da uomini e cose come un dono: fa bene ai raccolti, fa bene agli animali e alle piante e, per aggiungere un tocco di romanticismo, fa bene agli innamorati. La pioggia, qui, non significa soltanto bagnarsi e sporcarsi. Vuol dire rabbia. Fango, caos e rabbia, come se non ne avessimo in abbondanza di tutti e tre. E lotta. È sempre una lotta. Simili a dieci milioni di gattini scaraventati in un secchio d’acqua, ingaggiamo un’inutile guerra contro le gocce. Non si può dire che affrontiamo la battaglia da soli, perché al nostro fianco ci sono le strade, con quei loro nomi antidiluviani stampigliati sulle targhe di latta, le tombe dei santi sparpagliate ovunque, i mucchi di spazzatura in attesa, le mostruose voragini dei cantieri in procinto di trasformarsi in palazzi moderni, e i gabbiani… Quando il cielo si spalanca e ci sputa in testa, tutti quanti perdiamo il controllo. Eppure, mentre le ultime gocce si posano sul terreno e molte altre restano appollaiate sulle foglie ripulite dalla polvere, in quel momento indifeso in cui ancora non siamo sicuri che la pioggia sia finita davvero (e forse non lo sa neppure lei), tutto si rasserena. Per un lungo istante il cielo sembra scusarsi per il disastro in cui ci ha sprofondati.
E allora noi, con le goccioline ancora fra i capelli, il fango sui vestiti e il malumore negli occhi, restituiamo lo sguardo a quel cielo, che ha assunto una sfumatura cerulea più chiara e trasparente che mai. Guardiamo in alto e non possiamo fare a meno di sorridergli in risposta. Lo perdoniamo, come sempre. Ma in quel momento la pioggia stava ancora scrosciando, e nel cuore di Zeliha non c’era spazio per il perdono. Era senza ombrello: aveva giurato a se stessa che non sarebbe mai più stata così imbecille da regalare dei soldi a un ambulante per un ombrello che avrebbe perso non appena fosse tornato il sole. Meglio inzupparsi fino al midollo. E poi era tardi, era già inzuppata fino al midollo. In un certo senso la pioggia assomigliava al dolore: facevi del tuo meglio per restare incolume, sicura e asciutta, ma se e quando abbassavi la guardia, il problema non si poneva più in termini di singole gocce, quanto piuttosto di una cascata incessante, e a quel punto decidevi che tanto valeva arrendersi.
La pioggia le colava dai riccioli scuri sulle ampie spalle. Come tutte le donne della famiglia Kazanci, Zeliha era nata con i capelli crespi e corvini, ma al contrario delle altre aveva scelto di tenerli così. Di tanto in tanto gli occhi verde giada, di solito enormi e pieni di fiera intelligenza, si riducevano a due fessure da cui trapelava il genere di indifferenza tipico di tre categorie di persone: gli ingenui senza speranza, gli introversi senza speranza, e gli speranzosi senza speranza. Visto che lei non rientrava in nessuna delle tre, risultava difficile comprendere il motivo del suo distacco, che pure era intermittente. Un momento era lì, a stordirle l’anima fino all’insensibilità, l’attimo dopo era svanito, lasciandola di nuovo sola e padrona del proprio corpo.
Si sentiva così quel primo venerdì di luglio, insensibile e come anestetizzata, uno stato d’animo corrosivo per una persona piena di vita come lei. Era forse per quello che non aveva il minimo desiderio di lottare contro la città, e tantomeno contro la pioggia? Mentre quell’indifferenza a yo–yo montava e svaniva secondo un ritmo tutto suo, il pendolo del suo umore oscillava di conseguenza dal gelido al furibondo.
Intanto che Zeliha si affrettava, i venditori di ombrelli, impermeabili e mantelline di plastica fluorescenti la osservavano divertiti. Lei li ignorava, proprio come era abituata a ignorare le occhiate fameliche degli uomini sul suo corpo. Gli ambulanti notarono con disapprovazione l’anellino luccicante che portava alla narice, chiaro indizio di mancanza di modestia, e perciò di lussuria. Lei invece andava orgogliosa del suo piercing, perché se lo era fatto da sola. Era stato doloroso, ma c’era, ed era lì per restare, come pure il suo stile. Le molestie degli uomini, le espressioni di rimprovero delle altre donne, la difficoltà di camminare sul selciato pieno di buche o di saltare sui traghetti, il biasimo costante della madre: non c’era forza terrena che potesse impedire a Zeliha, più alta della maggior parte delle donne di Istanbul, di sfoggiare minigonne di colori sgargianti, camicette attillate che sottolineavano il seno abbondante, lucide calze di nylon, e sì, quei vertiginosi tacchi a spillo.
Ecco perché, quando appoggiò il piede sull’ennesima pietra smossa e vide la melma che c’era sotto schizzarle sulla gonna color lavanda, Zeliha snocciolò una nuova sfilza di imprecazioni. Era l’unica donna della famiglia, e fra le poche in tutta la Turchia, a utilizzare quel linguaggio triviale in modo così convinto, chiassoso e sapiente; e quando attaccava non la smetteva più, quasi a compensare la riservatezza delle altre. Continuando a correre, Zeliha se la prese con l’amministrazione comunale passata e presente: fin da quando era ragazzina, non c’era stato un solo giorno di pioggia in cui quelle pietre non si fossero rivelate malferme e sconnesse. Prima di concludere la sua litania, si interruppe di colpo e alzò la testa come se avesse sentito qualcuno che la chiamava per nome; scrutò imbronciata il cielo grigio, emise un sospiro tormentato e lanciò un’altra maledizione alla pioggia.
Ora, secondo le inviolabili regole non scritte di sua nonna Petite–Ma, quello era una vera e propria bestemmia. La pioggia può anche non piacerti, non è certo obbligatorio che ti piaccia, però mai, per nessuna ragione, puoi maledire qualcosa che cade dal cielo, perché niente cade dal cielo di propria volontà: dietro c’è sempre Allah l’Onnipotente.

Scorze d’arancia

Il giorno dopo Asya Kazanci e Armanoush Tchakhmakhchian uscirono di buon’ora per andare alla ricerca della casa natale di nonna Shushan. Individuarono abbastanza facilmente la zona, un bel quartiere elegante nella parte europea della città. Ma la casa non c’era più. Al suo posto sorgeva un moderno condominio di cinque piani, il primo dei quali interamente occupato da un raffinato ristorante di pesce. Prima di entrare, Asya controllò il proprio riflesso nella vetrina e si sistemò i capelli, guardandosi il seno con aria insoddisfatta.
Era ancora troppo presto per il pranzo, perciò nel ristorante c’era solo un pugno di camerieri che ripulivano i pavimenti dalle tracce della sera prima, mentre nelle cucine, in una nuvola di profumi da acquolina in bocca, un cuoco robusto e rosso in viso era intento a preparare mezes e intingoli per la cena. Asya chiese loro del passato dell’edificio.
Ma i camerieri erano arrivati in città di recente da un villaggio curdo del Sud–ovest, e nemmeno il cuoco, che viveva a Istanbul da molto più tempo, sapeva qualcosa della storia di quel quartiere.
«Tra le antiche famiglie istanbulite, pochissime sono rimaste nel luogo di origine» spiegò con aria autorevole, mentre cominciava a svuotare e pulire un enorme sgombro.
«Un tempo questa città era così cosmopolita» continuò tagliando la lisca del pesce, prima all’altezza della coda e poi sotto la testa. «Vivevamo fianco a fianco con ebrei, greci, armeni… Da ragazzo andavo a comprare il pesce da pescatori greci. Il sarto di mia madre era armeno, e mio fratello lavorava per un ebreo. Eravamo tutti mescolati.»
«Chiedigli perché le cose sono cambiate» suggerì Armanoush ad Asya.
«Perché Istanbul non è una città» disse il cuoco, illuminandosi in viso per l’importanza dell’affermazione che stava per fare.
«È una città–nave. Viviamo tutti su un vascello!»
Intanto teneva il pesce fermo per la testa, muovendo la lisca a destra e a sinistra. Per un attimo Armanoush immaginò che lo sgombro fosse di porcellana, ed ebbe il timore che finisse in pezzi fra le mani del cuoco. Ma in pochi secondi lui riuscì a estrarre la lisca tutta intera.
Compiaciuto di sé, continuò: «Siamo tutti passeggeri, andiamo e veniamo a gruppi. Gli ebrei se ne vanno, arrivano i russi, i moldavi invadono un quartiere, poi se ne vanno anche loro e arriva qualcun altro. È così che funziona…».
Le due ragazze ringraziarono il cuoco e diedero un’ultima occhiata allo sgombro in attesa di essere riempito, la bocca ancora aperta.
Uscirono dal ristorante, Asya delusa, Armanoush afflitta, per ritrovarsi immerse nel meraviglioso panorama del Bosforo che splendeva sotto il sole di fine inverno. Si ripararono gli occhi con la mano per difendersi dal riverbero. Entrambe respirarono a fondo, e sentirono subito che la primavera era nell’aria.
Non avendo di meglio da fare, passeggiarono per il quartiere comprando qualcosa praticamente da ogni ambulante che incrociavano: mais dolce bollito, cozze ripiene, halvah di semolino e anche un grosso sacchetto di semi di girasole. A ogni assaggio si lanciavano in un nuovo argomento di conversazione, chiacchierando un po’ di tutto, tranne che dei tre argomenti tabù fra ragazze che non si conoscono bene: sesso, uomini e padri.
«Mi piace la tua famiglia» disse Armanoush. «Le tue zie sono così piene di vita.»
«Dillo a me!» ribatté Asya facendo tintinnare i numerosi bracciali. Portava una lunga gonna zingaresca verde salvia con una stampa a fiori bordò, una borsa fatta di pezze colorate e moltissima bigiotteria: collane di vetro, bracciali e anelli d’argento praticamente a ogni dito. Vicino a lei Armanoush si sentiva inadeguata, con i suoi semplici jeans e la giacca di tweed.
«C’è anche il rovescio della medaglia» disse Asya. «Nascere in una casa piena di donne è molto impegnativo, ti amano in maniera così totale che finiscono per soffocarti, specialmente se sei figlia unica. E a volte finisce che sei tu la più matura di tutte. Per carità, gli sono grata per avermi fatto frequentare ottime scuole, mi hanno praticamente assicurato la migliore istruzione possibile in questo Paese. Il problema è che vorrebbero farmi diventare tutto quello che loro non sono riuscite a essere nella vita. Capisci cosa intendo?»
Armanoush temeva di sì.
«Di conseguenza mi sono dovuta fare un gran culo per realizzare i loro desideri. Ho cominciato a studiare inglese a sei anni, il che va benissimo, peccato che non era abbastanza. L’anno dopo ho avuto un insegnante privato di francese. A nove anni mi hanno fatto studiare violino, per quanto fosse palese che non mi piaceva e non avevo il minimo talento. Quando poi si è aperta una pista di pattinaggio vicino a casa nostra, le zie hanno deciso che dovevo diventare una pattinatrice. Mi vedevano già con il costumino luccicante che piroettavo aggraziata al ritmo dell’inno nazionale. Sarei diventata la Katarina Witt turca! E così mi sono ritrovata a disegnare spirali sul ghiaccio e a battere una culata in terra dietro l’altra nel tentativo di imparare a fare le piroette! Il rumore delle lame dei pattini sul ghiaccio mi fa ancora venire i brividi.»
Per pura cortesia, Armanoush riuscì a non mettersi a ridere, anche se non era facile resistere all’immagine di Asya che volteggiava sul ghiaccio in una gara internazionale.
«Poi c’è stato il periodo in cui si aspettavano che diventassi una maratoneta. Con un allenamento rigoroso avrei potuto diventare una fantastica atleta, e rappresentare la Turchia ai Giochi Olimpici! Mi ci vedi a gareggiare nella maratona femminile con queste tettone?»
Questa volta Armanoush non trattenne le risate. (…)
«Oh, era così imbarazzante!» continuò Asya ancora agitata al ricordo. «Grazie a Dio quella fase si è conclusa alla svelta. Dopo c’è stato il corso di pittura e, ahimè, mi hanno anche fatto studiare danza classica, almeno fino a poco tempo fa, quando la mamma ha scoperto che saltavo le lezioni e ci ha rinunciato.»
Armanoush sorrise con la familiarità di chi riconosce frammenti della propria storia personale in quella altrui. Avrebbe potuto raccontare anche lei dello stesso amore soffocante da parte delle sue zie, ma non aveva voglia di parlarne. Preferì chiedere: «C’è una cosa che non riesco a capire. La donna che è venuta con te all’aeroporto, quella con l’orecchino al naso».
Armanoush ridacchiò, ma si ricompose subito. «Zeliha… è tua madre, vero? Però tu non la chiami mamma, o sbaglio?»
«No, non sbagli. È un po’ complicato, a volte anch’io faccio fatica a raccapezzarmi. Non ricordo più nemmeno quando ho cominciato a chiamarla “zia”. Forse da subito, cioè, fin da quando ho cominciato a chiamarla in qualche modo» rispose Asya.
La voce di Asya era poco più che un sussurro, ma i suoi occhi ardevano.
«Sono cresciuta in mezzo a tutte quelle zie che si comportavano da madri. La mia tragedia è che in un certo senso ero figlia unica di quattro donne. Zia Feride, come avrai notato, è un po’ fuori di testa, e non si è mai sposata. Nel corso degli anni ha preso e mollato diversi lavori. Però ha attraversato una fase maniacale in cui è stata una venditrice bravissima. Zia Cevriye, invece, un tempo era felicemente sposata, poi purtroppo ha perso il marito e con lui la gioia di vivere, e a quel punto si è dedicata all’insegnamento della storia nazionale. Detto fra noi, secondo me detesta il sesso e le fanno schifo tutte le necessità del corpo umano! Poi c’è la maggiore, zia Banu. È la più religiosa della famiglia. Ufficialmente è ancora sposata, ma lei e suo marito non si vedono quasi mai. La sua storia è davvero tragica: ha avuto due bellissimi figli, due maschi, ma sono morti. Sembra che gli uomini di questa famiglia abbiano una maledizione addosso. Nessuno di loro è vissuto a lungo.»
Armanoush sospirò debolmente, senza sapere bene come interpretare quell’informazione.
«Comunque, quando sono nata mi sono ritrovata in mezzo a quattro zie–mamme, o mamme–zie. O le chiamavo tutte “mamma”, oppure chiamavo mia madre “zia Zeliha”. Mi è sembrato più facile così.» (…)
Rallentarono tutt’e due. A circa ottocento metri da loro, in mare aperto, videro un uomo in piedi su una piccola barca a motore, insieme ad altri passeggeri. Teneva in una mano una sigaretta accesa, e nell’altra un meraviglioso bouquet di palloncini colorati, giallo brillante, arancio, viola. Forse di mestiere vendeva palloncini, e adesso, stanco per la giornata di lavoro, prendeva la scorciatoia del mare per tornare a casa dai suoi bambini. Ma non sapeva di rappresentare una visione fantastica, con il sottile pennacchio di fumo che si lasciava dietro e l’esplosione di colori sulle onde azzurre. Incantate dalla bellezza della scena, Armanoush e Asya rimasero in silenzio a guardare la barca, finché tutti i palloni scomparvero oltre l’orizzonte.


Istanbul non è una città, è una grande nave. Una nave dalla rotta incerta su cui da secoli si alternano passeggeri di ogni provenienza, colore, religione. Lo scopre Armanoush, giovane americana in cerca delle proprie radici armene in Turchia. E lo sa bene chi a Istanbul ci vive, come Asya, diciannove anni, una grande e colorata famiglia di donne alle spalle, e un vuoto al posto del padre. Quando Asya e Armanoush si conoscono, il loro è l’incontro di due mondi che la Storia ha visto scontrarsi con esiti terribili: la ragazza turca e la ragazza armena diventano amiche, scoprono insieme il segreto che lega il passato delle loro famiglie e fanno i conti con la storia comune dei loro popoli.
Elif Shafak, nuova protagonista della letteratura turca, affronta un tema ancora scottante: quel buco nero nella coscienza del suo Paese che è la questione armena. Simbolo di una Turchia che ha il coraggio di guardarsi dentro e di raccontare le proprie contraddizioni, Shafak intreccia con luminosa maestria le mille e una storia che fanno pulsare il cuore della sua terra.
Una doppia saga familiare, ricca di sapori e profumi come un dolce orientale.
Rose è una ragazza del Kentucky che sposa Barsam Tchakhmakhchian, armeno di San Francisco discendente da una famiglia scampata alla deportazione del 1915. Hanno una figlia, Armanoush. Proprio a causa dell’invadenza della famiglia del marito il matrimonio va presto a rotoli, e per ripicca Rose si risposa con un turco, il giovane geologo Mustafa Kazanci.
Nonna Shushan è la matriarca dei Tchakhmakhchian. Dotata di straordinaria forza d’animo, è convinta che la vita sia sempre una lotta, ma se sei armeno la lotta sarà tre volte più dura.
Una tragedia che non ha il diritto di essere ricordata.
Zio Dikran Stamboulian, fratello di Shushan, inorridisce al pensiero che la nipotina abbia un patrigno turco: la figlia di Barsam Tchakhmakhchian, nipote di Varvant Stamboulian, con l’albero genealogico pieno di Qualcosa Qualcosian, erede di sopravvissuti che nella tragedia del 1915 hanno perso tutti i loro cari, è stata cresciuta da un turco negazionista di nome Mustafa .
Una ragazza di oggi sospesa tra passato e futuro, divisa fra tre mondi e tre culture.
Armanoush ha adesso 19 anni e decide di andare di nascosto a Istanbul per ritrovare le proprie radici armene. Si fa ospitare dalla famiglia del patrigno, i Kazanci, e ben presto si accorge di non odiare più i turchi.
Una storia di donne coraggiose e complicate.
Zia Zeliha è la pecora nera dei Kazanci. Sorella ribelle di Banu e Mustafa, porta la minigonna, ha un salone di tatuaggi, ha segreti – come quello che riguarda la figlia Asya – che non può condividere con nessuno.
Zia Banu, sorella maggiore di Mustafa Kazanci, ha scoperto di poter viaggiare nel tempo e svelare i misteri del passato grazie all’aiuto dei due djinn che tiene appollaiati sulle spalle, la buona Signora Dolce e il maligno Signor Amaro.
Un’immersione nei conflitti e negli enigmi di Istanbul e della Turchia contemporanea.
Mustafa è stato mandato in America all’età di 18 anni, per allontanarlo dal fato dei maschi della famiglia Kazanci, che hanno la tendenza a morire giovani. Dopo aver sposato Rose non è più tornato a casa. Finora.
Colpi di scena, riconoscimenti a sorpresa, inganni e rivelazioni del destino in una potente invenzione romanzesca.
Asya, 19 anni, è la “bastarda di Istanbul” del titolo. Si immerge nelle canzoni di Johnny Cash e nei trattati di filosofia. Diventa subito amica di Armanoush. È figlia di Zeliha e non sa chi è suo padre. Non sa nemmeno se la memoria del passato sia una buona cosa o no